Una riflessione sul Referendum: il No degli elettori è diverso dal No dei partiti.

Ho sostenuto con convinzione la riforma costituzionale. Come ho detto sabato su Facebook è dal 2002 che sono fortemente convinto che questi cambiamenti alla nostra Costituzione fossero necessari per la crescita dell’Italia. Per questo sono fortemente dispiaciuto per l’esito.
Continuiamo ad avere più parlamentari degli Stati Uniti, le Province, due rami del Parlamento che hanno gli stessi identici poteri.

Tutti abbiamo perso un’occasione. Ritornerà? E quando?
È chiaro, però, che per molti questo referendum è stata l’occasione per manifestare un messaggio politico.
Bastava girare per i mercati per rendersi conto che solo per alcuni l’oggetto del referendum era la riforma costituzionale, quelli per cui lo era erano purtroppo pochi. Abbiamo vissuto una sorta di elezione politica nazionale con qualche accentuazione in più. Questo lo dice il dato dell’affluenza ai seggi: alle ultime elezioni politiche del 2013 l’affluenza fu del 75 per cento,alle europee del 2014 il 58,7 per cento, a questo referendum il 68,7 per cento. All’ultimo referendum costituzionale (2006) l’affluenza fu del 53,6 per cento, il quindici per cento in meno.

Dunque se dovessimo leggere questo referendum con la connotazione politica che in realtà ha assunto per tantissimi elettori dovremmo dire che c’è un’area politica che da sola ha ottenuto che il Si arrivasse al 40 per cento (Pd e area di governo) e c’è un insieme di partiti (Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana) che, tutti insieme, hanno ottenuto che il No arrivasse al 60 per cento. Un risultato condiviso, che non appartiene a nessuno: un risultato sharing.

Non a caso ognuno di loro sta correndo ad intestarsi il risultato del No dando ad esso un significato altrettanto diverso e dichiarandosi decisivo, si vedano Berlusconi e Salvini. In questa corsa forsennata fanno anche sorridere, perché hanno la consapevolezza che adesso l’alibi del Governo da attaccare ed a cui addossare ogni responsabilità e dietro cui nascondersi è finita, è finita la fase del “contro”, ora c’è da misurarsi sul “per”. Finora sul “per” ci siamo misurati solo noi, adesso tocca necessariamente anche a questa somma di partiti. Sarà curioso vederli all’opera. Uniti sul contro, divisi sul per. Come sempre.
Insomma per questi partiti e per i loro dirigenti una vittoria effimera: non è di nessuno perchè è condivisa tra un fronte che va da Casa Pound all’estrema sinistra passando per Grillo e Berlusconi e che li porta adesso a dover archiviare quello su cui sono specializzati, il “contro”. Adattarsi a parlare non “contro” ma “per” non sarà semplice. Lo vedremo a brevissimo.

Dunque sulle dichiarazioni dei leader di questo fronte non c’è da interrogarsi molto. A maggior ragione sul dato toscano e su quello pistoiese, entrambi in controtendenza con quello nazionale vista la vittoria del Sì nella regione e nella nostra provincia: nei nostri territori questo ampio fronte del No non riesce ad essere maggioritario neanche tutto insieme. Un’occasione che, immagino, non gli toccherà nuovamente in futuro. Nei comuni dove avviene, ciò accade per pochissimi voti. Nonostante una tendenza nazionale chiara e nonostante fossero tutti uniti contro il Pd, non riescono a sfondare anche nei Comuni valdinievolini in cui storicamente il centrosinistra è meno forte nel voto politico .

C’è semmai, questo sì, da interrogarsi sui significati profondi di questo No per tanti cittadini.
Io provo a sintetizzarlo rispetto a due temi che ho visto prevalenti nelle persone che, nei mercati, mi dicevano che non avrebbero votato Sì.
Il primo è la situazione economica: il Governo Renzi ha avuto il merito di interrompere una fase di recessione e riportare la nostra economia al segno più ma ancora non vengono percepiti i benefici in termini di ripresa occupazionale e dunque manca fiducia nel futuro per tante persone, in particolare i più giovani che si sentono marginalizzati dal mercato del lavoro. Per apprezzare, del resto, il beneficio di alcune riforme quali quelle che il Governo ha compiuto in solo due anni bisognava aspettare del tempo.
L’altro tema rilevante è la politica europea: l’austerità da una parte con le sue conseguenze economiche e sociali e l’assenza di vere politiche comuni rispetto ai flussi di profughi in fuga da zone di guerra o di povertà assoluta provoca effetti sul tessuto profondo del nostro Paese. Non possiamo negarlo o derubricarlo. Il Governo Renzi è stato in prima linea battendosi in Europa per cambiare approccio su entrambi i punti ma è stato, nella sostanza, da solo a farlo. Il centrodestra che adesso esulta per il No negli anni del suo governo ha avallato una serie di decisioni che stanno portando alla situazione attuale dell’Unione Europea rispetto alle politiche economiche e dell’immigrazione.

Su questi temi, secondo me, ci dovremo interrogare seriamente.

Come dice Toni Servillo nel film “Viva la libertà” (2013), “il consenso non ha niente a che fare con le alleanze: l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente”.
Mi auguro dunque che la discussione che inizieremo non sia tattica e politicista (modello vecchio centrosinistra Unione) ma sia su questi temi che preoccupano molti cittadini, in particolare i più giovani. Ogni sconfitta è frutto di errori (ma neanche le vittorie ne sono esenti al di là del risultato): avvenne così per noi anche nel 2008 e nel 2013. A differenza delle discussioni che seguirono a quelle sconfitte auspicherei una discussione vera sui temi che richiamavo e che scuotono la nostra società e non su simpatia/antipatia del leader di turno, come alcuni mi paiono tentato di fare.
Siamo riusciti ad aggregare su un orizzonte di cambiamento il 40 per cento degli italiani ma non siamo stati maggioritari come auspicavamo. Dobbiamo chiederci perché.

Grazie al Pd abbiamo comunque assistito ad una discussione diffusa e capillare, nelle città e nei paesi, sui contenuti della nostra Costituzione. Una discussione cosi capillare in questo Paese sui contenuti della Costituzione non era mai avvenuta e bastava girare per rendersene conto. E’ stato un grande esercizio democratico e collettivo.
Da tutto questo dobbiamo ripartire.
Per fortuna non abbiamo una situazione economica e della finanza pubblica uguale a quella del 2011; a questo aggiungo che una legislatura che era nata faticosamente nel 2013 (dopo quasi tre mesi dalla elezioni) proprio per le riforme istituzionali (vi ricordate i “saggi” del Governo Letta?) dopo il risultato di domenica ha esaurito nella sostanza la sua funzione per la quale eramo nati il governo Letta e Renzi con l’appoggio di parte del centrodestra. Non è necessario un nuovo governo tecnico ma, per i motivi detti, l’unica strada possibiile sono le elezioni.
Questa è ovviamente la mia opinione. Il Presidente Mattarella saprà gestire al meglio questa delicata fase.

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