Alla Balducci ed ai suoi lavoratori la prima cosa che è mancata, oltre che al lavoro, è la chiarezza da parte della proprietà. Il 16 dicembre 2015 è stato sottoscritto un accordo con le organizzazioni sindacali che prevedeva mobilità su base volontaria per cinque dipendenti entro gennaio 2016 e, dal 1 febbraio 2017, la cassa integrazione fino al 31 gennaio 2017. Tra l’altro la richiesta di cassa integrazione prevedeva un piano di rilancio aziendale. Solo quattro mesi dopo la decisione, improvvisa, di chiudere l’attività e di attivare la mobilità per tutti e 45 dipendenti.
Cosa è successo in questi quattro mesi in cui si è passati da una riduzione ad una chiusura dello stabilimento? A questa domanda si deve dare risposta: se si fanno saltare gli accordi fatti solo poche settimane prima e si è in buona fede, occorre dire cosa ha provocato in poco tempo un tracollo, perché se si sospende da un giorno all’altro l’attività questo dovrebbe essere avvenuto. Oppure no?
Chiunque si è fatto queste domande una volta che ha appreso della scelta improvvisa di sospendere l’attività quando poche settimane prima era stato fatto un accordo di tutt’altro genere.
Chiarezza, questa volta non solo verso i lavoratori ma anche verso la Regione e le Istituzioni locali, è mancata quando è stato aperto il tavolo di crisi, tra l’altro con la presenza dell’azienda.
Essa ha visto bene di vanificare i contemporanei sforzi della Regione per trovare, assieme al suo advisor Kpmg ed in teoria alla proprietà stessa, un acquirente che rilevasse marchio e stabilimento, dando quindi un futuro ai lavoratori. Si è deciso di vendere il marchio prima della riunione del 5 maggio, in cui il tavolo di crisi doveva fare il punto delle manifestazioni di interesse che stavano pervenendo. L’unica cosa chiara di questa vicenda è che vendere il marchio in modo distinto dallo stabilimento significa affondare la capacità produttiva dello stabilimento ed il futuro dei lavoratori. Non serve un economista per capirlo, basta buon senso.
Assumersi la responsabilità delle proprie azioni spiegandone le ragioni a viso aperto era il minimo che la proprietà doveva ai lavoratori ed alle Istituzioni del territorio. Si è preferito comunicare le decisioni con comunicati stampa e non ai tavoli a ciò dedicati. È mancato anche questo, il coraggio di metterci la faccia, oltre alla chiarezza rispetto alle condizioni dell’azienda. Un comportamento del tutto inaccettabile e irrispettoso del nostro territorio
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